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Domenica 05 Settembre 2010
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_Fiore di cappero
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_La copertina del libro
"Sardegna Anima Mia"
Corpo de Canale
FIORE DI CAPPERO
"BETTINIK" d'oro

 

Ti coglie l’occhio di primo mattino, quando il grigio dei muri non è ancora invaso dall’opulenza estiva della luce.

E’ un fiore candido di freschezza mediterranea: difficile guardare il fiore di cappero e non pensare al mare di Sardegna…! Il bianco del fiore del cappero selvatico, con quelle sue “ciglia”, mi dona allegria e voglia di fare; non è certo un fiore da meditazione.

Se poi associo il gusto che lascia nel palato il fiore del cappero coltivato, con il suo particolarissimo aroma, mi stordisco in naufragi carlofortini di manicaretti marini da traveggole, in una delle tante trattorie che ingemmano la cittadina principe di questa popolatissima, autentica, parte di Sardegna che chiamo sud ovest sardo.

Il pensiero dei capperi cucinati, per aromatizzare piatti prelibatissimi, mi porta a immaginare che se io fossi un gourmet famoso, per servizi gastronomici su riviste molto “in”, assegnerei senza indugi, a Carloforte, il “bettinik d’oro” del pesce spada marinato a Vittorio, quello del cus-cus o cas-cà al Tonno di Corsa, e quello delle più mirabolanti magie degli 85 modi di meditare sulle infinite bontà del tonno, lo imprimerei, munificamente a Nicolo (carlofortino schiettissimo), unitamente alla Ghinghetta di Portoscuso, mentre assegnerei il “bettinik d’oro” degli spaghetti ai ricci di mare, al mitico Bovo di Carbonia (notevole la scenografia del giardino d’estate).

Per Su Pilau, alchimia di fregola e aragosta, la scelta ricadrebbe sul Cantuccio di Sant’Antioco. Al Solki di Sant’Antioco conferirei il “bettinik d’oro” per l’insalata di granchietti (da dar giù di testa) e per le seppiette al formaggio, unitamente all’Approdo di Calasetta per gli spaghetti alle vongole (roba da meditazione).

Per la triglia in cofanetto di sale la scelta sarebbe appannaggio del Pan di Zucchero di Nebida (da Giovanni) e per i duecentocinquanta modi di cucinare il riso con carne, uno solo prevale: l’Artu d’Iglesias.

Poi blasonerei (del bettinik d’oro) La Rosella di Giba per l’infinità di antipasti marinati e per essere divina dispensatrice di quell’unicità sulcitana della cucina “povera” che è la pasta di semola di grano duro utilizzata per i sapueddus al sugo di capra.

Incoronerei, inoltre, per la gamma incredibile di aromatizzazioni con le erbe medicinali e per il trionfo dello stufato di capra al timo-serpillo il Letizia di Nuxis.

Terminerei di assegnare il “bettinik d’oro” alla Peschiera di Porto Pino, per le dovizie marine, flautatamente proposte dal gran doge e anfitrione: il “principe” Basilio, l’aedo del jazz.

Ma tu guarda fin dove mi hanno portato le osservazioni sulle ciglia voluttuose del fiore di cappero. Ho elencato di getto più di dieci ristoratori che arricchiscono, con la loro passione, le attrazioni del sud ovest sardo.

Questi professionisti mantengono intatta e con vigoria invidiabile, l’etnicità locale e la propria diversità, proponendo il meglio di sé e della cucina tradizionale.

E’ un modo per affermare che non si vuole perdere la propria identità culturale, oggi preziosissima, dato ormai per scontato l’appiattimento generale dei valori.

La cucina dal cuore sardo è una festa di sapori dimenticati e significativa forza etnica che contribuisce all’identificazione delle origini di questa terra ospitale, calda di gioventù e di sole.

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®© Testi, disegni e foto di Caterno Cesare Bettini
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