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Domenica 05 Settembre 2010
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_I Minerali
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_ Le Miniere del Sud Ovest Sardo
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_La copertina del libro
"Sardegna Anima Mia"
Corpo de Canale
Storia delle miniere del sud ovest sardo



L’escavazione dei minerali metallici nel sud ovest della Sardegna ha avuto inizio sul finire del terzo millennio a.C. Durante l’autoctona civiltà nuragica (iniziata nel 1800 a.C. e estintasi molto lentamente a partire dal IV sec. a.C.), l’arte di estrarre minerali metallici, e di fonderli, era certamente conosciuta.

Il sud ovest della Sardegna  vanta, rispetto a tutto il resto della Sardegna e a qualsiasi altra regione europea (tranne il Galles settentrionale), un periodo geologico lunghissimo. Emerse dal mare, infatti, 575 milioni di anni or sono, congiuntamente al Galles settentrionale (Cambria).
L’immensità degli sconvolgimenti geologici ha in parte determinato nel territorio una notevole concentrazione di minerali metallici individuata, successivamente, dai popoli antichi.

 

La ricchezza mineraria attrasse popoli egemoni delle varie epoche: Fenici, Cartaginesi, Romani, Vandali; Bizantini, Arabi, Pisani, Aragonesi. Nelle miniere romane di questo territorio vi lavoravano i condannati a vita; tra questi il Papa Ponziano, poi diventato santo. Molto tempo dopo, nel medioevo, i Pisani riorganizzarono il sistema di escavazione mineraria e istituirono, a Iglesias, la zecca dell’argento dove venivano coniate le monete in uso nell’epoca.

Durante il 1800, il regno sabaudo permise la formazione di società multinazionali per lo sfruttamento industriale delle miniere. Le fonderie funzionavano a legna e molte delle foreste che ricoprivano il territorio (Lord Byron definì la Sardegna “bronzea” proprio per l’infinità di leccete che la ricoprivano) furono utilizzate come combustibile. In quel periodo  non si sapeva quasi niente del carbone anche se il La Marmora aveva intuito l’importanza del giacimento sulcitano.

A Carloforte, unico porto della zona, vi erano i consolati di quasi tutte le nazioni d’Europa, per via della frequentazione di commercianti e industriali provenienti da ogni dove, interessati all’utilizzo delle miniere. Per i lavori in miniera venne reclutata non solo gente sarda ma anche di altre regioni, mentre per i disboscamenti l’appannaggio era quasi esclusivamente per gente della Toscana.
In miniera il lavoro era durissimo e pericoloso, non alleviato da attenzioni sociali all’altezza della situazione. In un’atmosfera da far west, il liberismo, sorretto dalle istituzioni, dettava la legge del più forte. Uno dei primi scioperi d’Italia avvenne, appunto a Buggerru, durante la direzione turca della miniera.
Poco alla volta la coscienza sindacale si rafforzò, unitamente all’orgoglio, alla solidarietà e alla capacità tecnica della gente di miniera.
Le maestranze del buio, misero in essere sistemi sofisticati di prevenzione per sconfiggere gli incidenti sul lavoro e migliorare l’estrazione tramite le più sofisticate tecnologie in grado di garantire anche minore fatica fisica.

L’evoluzione tecnologica dei macchinari la si può constatare nel museo dell’Istituto minerario di Iglesias, nella galleria Villamarina, a Montevecchio e a Porto Flavia.

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®© Testi, disegni e foto di Caterno Cesare Bettini
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